Care Santos . Tre tazze di cioccolata . Salani

Barcellona, una cioccolatiera, tre donne. La prima è Sara, perfetta a casa e nel lavoro – moglie, madre, maître chocolatier di successo – ma con un segreto: per anni ha avuto un amante, Oriol Pairot, amico del marito ed ex compagno di cioccolateria. Sara, Max e Oriol, un classico triangolo insomma. Dopo un silenzio durato nove anni Pairot rientra nella vita della coppia, e Sara con uno stratagemma scoprirà qualcosa che mai avrebbe immaginato.

Si va indietro nel tempo. La seconda donna è Aurora, nata nel 1851 da una cameriera, allevata e protetta dalla buona signora Hortènsia. Grande lavoratrice, sarà costretta ad allontanarsi dalla famiglia per diventare la governante di un galantuomo, il dottor Volpi, melomane dalla vita tranquilla. E dopo quindici anni al suo servizio troverà una nuova sé stessa.

Andiamo ancora più indietro, nel Settecento. A raccontare la storia di una donna scrivendo a un’altra è Victor Philibert Guillot, francese al servizio di Madame Adélaïde – una delle figlie di re Luigi XV; inviato a Barcellona per rifornirsi di cioccolata incappa in un complotto di spie e s’innamora della bella Marianna Fernandes, che salverà da un destino infame.

Narratrice di razza, la scrittrice Care Santos ci delizia con «Tre tazze di cioccolata» (Salani), volume di oltre quattrocento pagine dal sapore dolceamaro come l’onnipresente cioccolata, protagonista trasversale della quale s’impara un po’ di storia fra una vicenda e l’altra. Sara, Aurora e Marianna formano un percorso evolutivo al femminile attraverso tre secoli e tre diversi stili narrativi: moderno e dai dettagli osé, alla Jane Austen, epistolare (e comico). I racconti sono orchestrati come un’opera in tre atti, con tanto di preludio, interludi e finale, collegati da una preziosa cioccolatiera in finissima porcellana di Sèvres creata per contenere tre sole tazze di bevanda, passata di mano in mano e testimone di molte avventure: nel corso dei secoli il delicato oggetto accusa qualche colpo, alla sua prima apparizione è addirittura rotto, ma il percorso a ritroso gli restituisce integrità e nobiltà. Il lettore – o meglio, lettrice – chiude il libro con un sorriso, e sognando una bella tazza di cioccolata.

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AA.VV. . Drugs . Guanda

Pillole rosse e blu in stile Matrix per viaggi temporali; oppure, più classicamente, eroina e marijuana, farmaci dopanti, alcol, viagra e… affetto: il filo conduttore di un’antologia pubblicata da Guanda e curata da Divier Nelli è la droga in varie forme.

Inglese il titolo, «Drugs», nove i racconti e nove gli autori, tutti italiani. Gianni Biondillo inventa un futuro dove una droga chiamata Cosmedin s’intreccia con le vicende di un novello Messia, in un mondo dominato dal culto di Hello Kitty, il Sublime Felino Perlaceo. Teresa Ciabatti racconta di un nobile gay decaduto, del suo ultimo amore, della crudele beffa che lo porterà alla distruzione. Laura Del Lama scrive una lettera: la madre eroinomane taglia il cordone ombelicale con la figlia e con la reciproca, distruttiva dipendenza affettiva, almeno nelle intenzioni. Marcello Fois descrive un poliziotto alle prese con la sua vita sfaldata e con un fantasma premonitore. L’assistente sociale di Elisa Genghini segue ragazzi drogati e alcolizzati ma alla fine scopre di non essere meglio di loro. Il protagonista di Gianluca Morozzi invitato a parlare della sua ex fidanzata Bella Brandic, racconta com’è diventata famosa, e di quel loro viaggio ad Amsterdam. Disperato il racconto di Divier Nelli: l’anziano Gino deve procurarsi soldi per curare la moglie e accetta di trasportare cocaina. Marco Vichi invece punta la penna sul tabagismo, facendo fare una brutta fine a Bernardo e alla sua spasmodica ricerca di sigarette durante uno sciopero della Manifattura Tabacchi. Dulcis in fundo il parmigiano Valerio Varesi: con intuibile finale a sorpresa presenta al lettore un ciclista accusato di doping, durante un processo in cui il giudice comprende fin troppo bene l’imputato.

Senza nessuna intenzione di fornire consigli o soluzioni, privi di moralismi, spesso nei toni del “noir”, i racconti di «Drugs» sono di alto livello dal primo all’ultimo. Drammatiche o grottesche, a volte quasi comiche, le pagine invitano a riflettere sulle dipendenze – anche meno riconosciute come tali – e sulle umane debolezze, offrendo una galleria di stati d’animo comuni a tutti gli esseri umani. La redenzione? Forse c’è, ma nella fantascienza.

Giovanna Bragadini – tutti i diritti riservati